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A volte ci credo, nei libri Fare un film è per me vivere. Mi ripeto a volte questa frase, titolo di un libro di Michelangelo Antonioni, scritti sul cinema, che non ho letto. Me la ripeto anche ora che esco dal cinema, dopo aver visto Hamnet, con la sua luce che irradia volti e corpi, sofferenti, rugosi, dalle unghie sporche e le urla straziate. Fare un libro è per me vivere. Attraversare le tante fasi della creazione di un libro, incontrare un autore che ha tirato fuori parole su parole, ora dopo ora dopo ora, riguardarselo insieme, leggerlo, e rileggerlo, e rileggerlo ancora, spostare pezzi, tagliare e ancora tagliare, rileggere, rileggere, meravigliarsi quando ancora ti sorprende, ti risuona e ti parla, trovare le parole adatte per raccontarlo, definirne le immagini, metterlo in posa e provare la copertina, scegliere i colori, le lettere giuste, le distanze, i pieni e i vuoti. Poi dargli una forma, immaginarlo, aspettarlo e infine toccarlo, una, due, tante volte, pronto a prendere l...

IL SIGNORE DELLA PROSTATA - Schegge Metropolitane di Renato Berretta

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Il signore della prostata Quando ero un imberbe adolescente consideravo ‘vecchi’, tutti coloro che avessero, almeno, più di quarant’anni. Talvolta appiccicavo l’etichetta anche a soggetti più giovani, ad esempio a coloro che avevano appena superato i trenta, l’età che comporta, come mi disse un mio amico ormai perduto chissà dove, il cambio della targa davanti. Ma questi vecchi over quaranta o, addirittura, over trenta cos’hanno ancora da chiedere alla vita? mi domandavo. Al massimo, gli attribuivo la funzione di spremersi per consentire a noi giovanotti, ancora con tutta la vita davanti, di crescere meglio, più sani, belli e scanzonati.  Poi, il tempo passa e, man mano che passa, ti abitui a tutte le età. Vivo in un tempo assai differente da quello dei miei genitori e ancor di più, dei miei nonni. Un tempo durante il quale si diventa adulti più lentamente e quasi ci si ostina ad apparire sempre giovani. La vecchiaia, insomma, è una specie di spauracchio da allontanare. Ci sentia...

RASSEGNAZIONE - Schegge Metropolitane di Renato Berretta

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Rassegnazione Questa mattina era ancora buio. Ho trovato i vetri della mia automobile appannati e li ho puliti con lo straccio che tengo, per la bisogna, nel cofano. Cofano che ospita, oltre allo straccio, anche i documenti della macchina (sconsigliato), una racchetta da tennis (sconsigliato), una racchetta da padel (sconsigliatissimo) e una bandiera della Roma (daje). Più altre cianfrusaglie di cui non vale la pena parlare. Erano circa le sei, l’ora della fuga in tram del tizio de ‘La domenica delle salme’ di Fabrizio De André. Lui stava a Milano, io invece non avevo neanche una bottiglia d’orzata. A proposito: ma l’orzata la fanno ancora? Non avevo progettato nessuna fuga, mi preparavo ad affrontare una tranquilla giornata. Ma quando sono arrivato alla mia stazione preferita, della famigerata linea Metromare, ho notato qualcosa di strano. Mentre parcheggiavo la macchina (cofano compreso, con tanto di stracci, documenti e racchette), osservavo un insolito andirivieni di persone agita...

MI DIA DEL LEI - Schegge Metropolitane di Renato Berretta

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Mi dia del lei   Fino a qualche anno fa, le persone – quelle mai viste, sconosciute o con cui intrattenevo rapporti freddi e occasionali, tipo il barista che serve il cappuccino – mi si rivolgevano preferibilmente con il confidenziale tu. Qualcuno, addirittura, andava oltre chiamandomi ragazzo. Eppure, tutto questo accadeva quando avevo già superato i quaranta, se non i cinquanta. Confesso, con un pudore appena velato, che in quei momenti un po’ mi ringalluzzivo: era una bella botta di autostima, la prova concreta che gli sforzi per rimanere giovane non erano stati vani. Da qualche tempo, invece (e lo riconosco con una punta di disincantata amarezza) quelle stesse persone, sempre sconosciute o interlocutori occasionali, tendono a rivolgermi il più formale “lei”. Segno inequivocabile che mi percepiscono come una persona di una certa età, con la quale non è opportuno concedersi troppe confidenze. Ci riflettevo proprio ieri, durante l’allenamento settimanale in palestra, quello che la...

TEMPO SOSPESO - Schegge Metropolitane di Renato Berretta

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Tempo sospeso Questa mattina sono arrivato con un minuto di ritardo. Poco prima dell’alba, il cielo ancora scuro e carico di nuvole minacciose, faceva da cornice al mio sguardo deluso. Intanto, il treno chiudeva le porte e iniziava a correre verso la prossima stazione. Non mi restava che aspettare quello successivo, previsto dopo venti lunghi minuti. Seduto su una panchina fredda e ferrosa, osservavo la stazione inaugurata da pochi mesi. Nuova, sì, ma spoglia: niente bar e neppure un distributore automatico per un caffè al volo. E poi, diciamolo, quei caffè sputati dalle macchine hanno ben poco a che vedere con la nobiltà di questa bevanda antica, servita in un bicchiere di carta che ne svilisce il valore. Intorno a me, passeggeri annoiati e qualche vigilante. Un luogo che sembra andare oltre il concetto di non luogo di Marc Augé: uno spazio funzionale, ma privo di vita. Tutti cercavano di riempire in qualche modo quel tempo di attesa, quel tempo sospeso. Ed è proprio su questo che rif...

GLI ANNI OTTANTA E QUEL BOIA DI PINOCHET - Schegge Metropolitane di Renato Berretta

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Gli anni Ottanta e quel boia di Pinochet Dall’Università tornavo a casa preferibilmente in autobus. I corsi si svolgevano nel pomeriggio, e un primo autobus mi scaricava alla stazione Termini, un secondo mi lasciava a poche centinaia di metri dalla palazzina in cui vivevo, nella periferia orientale di Roma. Erano gli ultimi anni ottanta. Raf stava per comporre il suo celebre brano ‘Cosa resterà di questi anni ottanta’, eppure, a guardare indietro, quegli anni mi sembravano tutt’altro che disastrosi, nonostante il loro carico di edonismo e di insopportabile "rampantismo" che aveva seguito l’ondata di impegno sociale e politico degli anni settanta. Gli anni settanta… ci ero arrivato tardi, e quindi mi ero trovato a vivere gli ottanta, che a dirla tutta, non erano poi così male. Forse avevo solo bisogno di tempo per capirlo. Chissà, oggi magari li rimpiangerei. L’autobus che prendevo alla stazione Termini percorreva un lungo tratto della via Casilina, avanzando lentamente nel tr...

L’EDITORE ABUSIVO - Pesano, i libri #4 di Luigi Lorusso a.k.a Lorusso Editore

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L’editore abusivo A volte mi sento un abusivo dell’editoria. Un imbucato nel tavolo di chi si occupa seriamente di produzione, distribuzione e vendita di libri e simili, quando mi perdo i passaggi, tra percentuali, programmazione e strategia editoriale. Sarà pure il periodo. Dopo l’inizio dell’anno nuovo ci metto un bel po’ a carburare di nuovo: almeno per tutto gennaio, non si fanno presentazioni, né tanto meno fiere, si fanno i rendiconti dell’anno passato e si inizia a pianificare il lavoro da fare nell’anno nuovo. E quindi, come un orso appena uscito dal letargo, capita di fare degli errori. Uno, due. Negli ultimi giorni io ho fatto una cazzata dietro l’altra. Vado a una presentazione, tiro fuori i libri dalle scatole. Previdente, li avevo appena fatti ristampare, cento copie. Ma c’è qualcosa di strano, ‘nuova edizione’, dice in copertina. Non l’avevo fatto togliere? Guardo il prezzo: 10 euro. Il prezzo che avevo cambiato. Ho mandato in stampa il file vecchio. Bisogna parlare con ...