GLI ANNI OTTANTA E QUEL BOIA DI PINOCHET - Schegge Metropolitane di Renato Berretta
Dall’Università tornavo a
casa preferibilmente in autobus. I corsi si svolgevano nel pomeriggio, e un
primo autobus mi scaricava alla stazione Termini, un secondo mi lasciava a
poche centinaia di metri dalla palazzina in cui vivevo, nella periferia
orientale di Roma.
Erano gli ultimi anni
ottanta. Raf stava per comporre il suo celebre brano ‘Cosa resterà di questi
anni ottanta’, eppure, a guardare indietro, quegli anni mi sembravano
tutt’altro che disastrosi, nonostante il loro carico di edonismo e di
insopportabile "rampantismo" che aveva seguito l’ondata di impegno
sociale e politico degli anni settanta.
Gli anni settanta… ci ero
arrivato tardi, e quindi mi ero trovato a vivere gli ottanta, che a dirla
tutta, non erano poi così male. Forse avevo solo bisogno di tempo per capirlo.
Chissà, oggi magari li rimpiangerei.
L’autobus che prendevo alla
stazione Termini percorreva un lungo tratto della via Casilina, avanzando
lentamente nel traffico sempre congestionato, soprattutto prima delle otto di
sera. E allora, per non morire di noia, bisognava ingegnarsi.
A volte s’incontrava
qualcuno con cui scambiare due chiacchiere, altre volte si ripassavano lezioni
o capitoli da studiare per gli esami. O magari, si leggeva un giornale.
Ricordo bene che in uno di
quei viaggi lunghi lessi un articolo di un quotidiano apertamente di sinistra,
anzi, dichiaratamente comunista anche nel nome.
Parlava del Cile, di Augusto
Pinochet, che dal 1973, con il golpe organizzato dalla CIA, aveva preso il
controllo del paese, rovesciando il legittimo governo socialista di Salvador
Allende.
Il pezzo raccontava del
plebiscito imminente che avrebbe deciso se il regime di Pinochet sarebbe
continuato per altri otto anni o se, finalmente, sarebbe cessato. Per fortuna,
la risposta fu la seconda.
Intanto, sull’autobus,
immaginavo la sofferenza del popolo cileno, oppresso per anni da un regime
feroce.
Pinochet aveva imposto politiche ultraliberiste che, negli anni
successivi, sarebbero state adottate anche in occidente. E, tra le altre cose,
aveva riformato il sistema pensionistico.
Mentre riflettevo su tutto
questo, l’autobus proseguiva la sua marcia lenta, fermata dopo fermata,
riempiendosi e svuotandosi, man mano che ci si avvicinava ai quartieri più
residenziali.
Oggi, a distanza di decenni,
continuo a leggere i giornali, sia cartacei che digitali.
Recentemente ho appreso che
in Cile le elezioni politiche sono state vinte da un tizio chiamato José
Antonio Kast. Un uomo con un padre nazista, che ha pubblicamente elogiato
Pinochet e che, guarda caso, aveva partecipato proprio a quel plebiscito sul
quale avevo letto tanti anni fa, mentre tornavo a casa su un autobus che
avanzava lentamente, bloccato dal traffico e dal passare del tempo.
Gli anni
ottanta, sì, non erano granché ma, poi, è stato anche peggio. Molto peggio.
Oggi, signori e signore,
quella che vediamo non è ‘solo un po’ di nebbia che annuncia il sole’. Occhi aperti.
Renato Berretta (Renny)
Viaggiatore urbano, fine osservatore dell’intorno e menestrello metropolitano. Già redattore de Laspro Rivista di Letteratura, Arti & Mestieri, Renato ci accompagna nel misterioso e colorato mondo dell’underground capitolino. Con penna acuta, mette a nudo pericoli e riflessioni, sorprese e contraddizioni. Non vi aspettate imparzialità e cotillon, qui non si spazzano i marciapiedi: qui si sradica l’asfalto. I sampietrini saranno scagliati con violenza, in traiettorie certe dell’impossibilità di fallire il colpo. Saltellando nell’iper testo, ci farà assaporare una narrativa acuta, impressa a caldo nel DNA nostrano. Da leggere in acume dei sensi ed è gradita una birra media nell’altra mano.
'Il primo colpo va sparato qui, dritto in faccia...'
