Ossessioni Quotidiane

'Ossessioni Quotidiane' è una mini serie di short story pubblicata per la prima volta sul n°8 luglio/agosto 2010 di 'Laspro Rivista di Letteratura, Arti & Mestieri' con lo pseudonimo di F.C.Marmocchi. Qui riviste e riproposte.



#1

Ho un problema, un solo problema, tutti gli altri sono conseguenze di questo. È un problema che mi compromette le giornate dal primo mattino fino a sera, quando esausto mi abbandono sul letto pensando che domani andrà meglio. Se è una questione di acqua o un’insufficienza della guarnizione, non mi è dato saperlo. L’unica cosa certa è che accade tutti i giorni. Per abitudine, la sera preparo la moka per la colazione del giorno appresso, cercando di usare la massima attenzione per rispettare gli equilibri tra gli elementi. Durante le operazioni ne immagino il sapore, l’aroma che avvolgerà la stanza e la conseguente sigaretta. Tutto sembra lineare senza margini d’errore riconoscibili, mi corico fiducioso e carico di buoni propositi. Il suono stonato della sveglia, è un precipitare violento dal volo onirico. Un ripiombare traumatico nella realtà, che è fatta di un cielo nuvoloso - troppo giovane per dirsi giorno - e ronzio nelle orecchie. Dopo essere sceso con fatica dal letto, il primo gesto che faccio è accendere il fornello piccolo e metterlo al minimo. Nel frattempo toilette, deodorante e vestiti. Nel momento di allacciare le stringhe delle scarpe, già l’ansia da risultato s’impadronisce della mia mente ancora ovattata. Quando mi avvicino sono teso, visibilmente contratto, rigido. Alzo il coperchio borbottante con fare incerto, socchiudendo gli occhi nell’evocare il successo. Riabbasso il capo e guardo dentro, le ginocchia mi cedono impercettibilmente e un sospiro profondo rimbalza sulle pareti. Ci risiamo. Non esce. E quel poco caffè che ne è venuto, bolle impaziente. Scatta il piano B. Come la tradizione popolare vuole, per ovviare a tale incomodo, passo la base della caffettiera sotto l’acqua fredda. Poi di nuovo sul fuoco, sempre basso, per un altro paio di minuti. Cerco di distrarmi ed eludere il nervosismo che sento salirmi in petto, controllando la posta elettronica. Nessun nuovo messaggio e torno ai fornelli. Inevitabilmente, l’insuccesso perpetuo mi si palesa agli occhi per l’ennesima volta: un dito di caffè, non di più. Prendo la tazzina, lo verso che non la riempie nemmeno per metà. Furibondo aggiungo lo zucchero a quell’intruglio opaco e giro, movendo il cucchiaino con fatica; sono già stanco. Porto la tazzina alle labbra e un sapore forte che sa di bruciato mi inibisce le papille gustative, la bocca mi si contrae in una smorfia di schifo. Da un vaso poggiato sul davanzale della cucina, un cactus, sadicamente irto e acuminato, mi rammenta che oggi è lunedì e che la settimana è appena iniziata.



#2

Quando arrivo a scuola, anche se è lo scoccare dell’ora, passo dal bar. Ordino un cappuccino per ovviare al ribrezzo che quello sputo di caffè, fatto a casa, mi ha lasciato in bocca. Lo chiedo tiepido, rigorosamente tiepido. È un’abitudine che ho dall’adolescenza, quando una minuta creatura, che a quel tempo mi governava il cuore, mi disse che troppo caldo il cappuccino rovina lo smalto dei denti. Sia mai! Esclamai e da quel giorno non andai mai più oltre il tiepido. La signora al banco mi guarda con preoccupazione, riesce a soddisfare la mia richiesta una o due volte su dieci. Lei scompare per qualche istante dietro la macchina del caffè; poi riapparendo, cerca di distrarmi chiedendomi degli alunni o facendo considerazioni calcistiche. Io rispondo monosillabicamente, scrutando con sguardo austero le operazioni di dosaggio. Quando poggia la tazza sul piattino, preparato precedentemente sul bancone, ho già la bustina dello zucchero tra le dita, aperta. Verso lentamente il granulato, mentre la signora del bar si defila con discrezione e mescolo il composto in senso antiorario, come vuole l’uso mancino. Le mie labbra toccano lo schiumoso liquido e un filmine va a incenerire la donna che, intimidita, sta sistemando i cornetti nella vetrinetta del bancone. È troppo caldo! Pago ed esco, senza nemmeno salutare, mentre da dietro il bancone due occhi perniciosi mi maledicono. Percorrendo il corridoio bramo una vendetta spietata, violenta. Tuttavia, l’unica cosa che so fare - entrando in aula - è promettere la bocciatura a qualcuno.



#3
Quando rientro a casa, è passata da poco l’ora convenzionale del pranzo e io devo ancora mangiare. Di solito ho lo stomaco chiuso, per tutte le sigarette fumate durante la mattinata. Oggi però – contro ogni pronostico - stranamente ho appetito, un gran bel appetito. Così, quando l’uscio si chiude alle mie spalle, già scruto il pentolame, per scoprire con cosa - la mia dolce - ha deciso di rinvigorirmi. Cotoletta alla milanese, bieta ripassata e uova sode: che bontà! Comincio a scaldare le vivande con l’acquolina in bocca, così cerco di allentare la morsa della fame con un pezzo di pane trangugiato in fretta e furia, che quasi mi strozzo. Girando la verdura nel tegame penso a lei, che è andata a lavoro. Avendo orari opposti, ci incontriamo solo la sera e questa cosa pesa, non c’è che dire. Allora cerchiamo di coccolarci a distanza, preparandoci vicendevolmente i pasti. Lei mi cucina sontuosi pranzetti e io ricambio con romantiche cenette. Quando tutto è caldo al punto giusto, lo dispongo ordinatamente nel piatto in quest’ordine orario: cotoletta, uova, bieta. Porto a tavola, dove tutto è già apparecchiato. La tovaglietta all’americana, il bicchiere sulla destra e le posate allineate sotto. Seggo, prendo la forchetta e inforco. Il primo boccone mi inebria il palato. Cerco il tovagliolo per pulirmi la bocca e completare quell’amplesso di sapori con un sorso di vino. Ma ahimè non lo trovo, o meglio, non lo trovo dove deve stare. Non è nel posto dove l’uso comune lo ha collocato secoli addietro. Lo scorgo invece dal lato opposto del piatto. Il sangue mi sale al cervello, lo stomaco si serra e la fame scema desolata. Mi alzo e sbatto i pugni sul tavolo, facendo traballare tutto. Allontanandomi, penso alla cena della sera e non credo più che sarà poi tanto romantica.



#4

Se esiste il paradiso, io non ci andrò; ma nemmeno ci tengo. Se ne esiste uno per gli esseri umani, perché non dovrebbe esistere un paradiso anche per gli animali, le piante e gli oggetti? Quando mi posi questa domanda per la prima volta, che negli anni a seguire si sarebbe ripresentata con puntualità cadenzata e ricevendo ogni volta una risposta diversa, ero poco più che un bambino. A quei tempi, però, l’indottrinamento religioso m’indusse a dare per certa anche l’esistenza di un paradiso delle saponette finite, o volgenti al termine. Cosicché, ogni qual volta mi si presentasse l’occasione, concedevo all’oggetto in agonia, una breve onoranza funebre e ne sacrificavo i resti al gorgogliare eterno del water. Ora. Succede che, circa un mese fa, appoggiato in un angolo del porta sapone, un mozzicone rosato di saponetta tirava i suoi ultimi sospiri. In automatico, il rito funebre, mi ha fatto capolino nella memoria, riemerso dal dimenticatoio più antico e togliendomi ogni possibilità di dispensarmi dal compierlo, le mani si porgevano nel raccoglierne i resti. Quindi, mi arrovellavo il cervello per ricordarne la litania che accompagnava il compiersi della cerimonia, ma una memoria labile, scalfita da anni di vizi, non è certo raccomandabile per simili pratiche. E che l’ira mi avesse colmato la frustrazione del ricordo mancato, è un particolare che non va dato per scontato. Ma che, per espiare la memoria menomata, il mio fare ossessivo ha partorito una trovata a dir poco geniale, questa sì che è una reazione scontata. Che il mio corpo non tocchi più sapone, finché il cervello non ritrovi quel sermone! La memoria, si sa, non è fidata, soprattutto se piuttosto squilibrata; tuttavia è l’ossessione che mi ha fregato: da quel giorno non mi sono più lavato.



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