Pesano, i libri # 3 - la rubrica di Luigi Lorusso a.k.a. Lorusso Editore

Luigi Lorusso
Agitatore culturale camuffato da editore indipendente, già fondatore di Laspro Rivista di Letteratura Arti & Mestieri. Per pubblicare il tabloid, nel 2009, apre la Lorusso Editore. Da quel giorno la sua vita non è più stata la stessa (e neanche la nostra). Per tutti e tutte coloro che immaginano il mondo della piccola editoria indipendente, come un non luogo fatato, fatto di sapere, piacere e innumerevoli soddisfazioni, il nostro affezionatissimo ci racconta, per la prima volta, il dietro le quinte di quel suo eterno bisogno imprescindibile di fare libri. Da leggere preferibilmente seduti e con una buona manciata di disincanto in mano; nell’atra, è consigliabile una birra ghiacciata o un gin tonic tintinnante.


Di opere, parole e omissioni

Qualche giorno fa ho vinto un concorso di scrittura. Niente di eccezionale o di particolarmente competitivo: bisognava scrivere, di getto, su un foglio di carta, una recensione a un film appena visto, all’interno di una rassegna.
Alla fine della rassegna una giuria decretava la miglior recensione, con criteri del tutto arbitrari e insindacabili. Ho vinto io, e c’era pure un premio vero (biglietti del cinema, convertiti in buono libro).
Questo episodio mi ha ricordato che, un tempo, scrivevo. Addirittura, c’è stato un tempo in cui mi avevo due ore per scrivere su un argomento scelto all’interno di tre tracce e dovevo consegnare il testo su un foglio protocollo, rivisto in bella copia. Tema di italiano, lo chiamavano, e io ero uno specialista. Non sono mai andato troppo bene a scuola, ma nei temi non ho mai preso meno di sette.
Poi ci sono stati i volantini politici. Ore di discussione da sintetizzare in un foglio A4 che seguiva sempre più o meno lo stesso schema: titolo, introduzione con la notizia sull’ultima malefatta governativa, analisi a volte keynesiana-socialdemocratica, altre marxista, più spesso insurrezionalista. Chiusura con slogan a volontà e appuntamento in piazza.
C’è stata la fase dei racconti, alcune poesie, bozze di romanzi mai finiti e poi la fase degli editoriali, dei simil-reportage, delle interviste, delle recensioni. E infine delle quarte di copertina, dei lanci promozionali, ma soprattutto delle mail. Da editore scrivo decine, centinaia, migliaia di mail.
C’è una frase che la mia amica Giusi Palomba ha, o aveva, su uno dei vari blog che ha tenuto: “I hate writing, I love having written”. È di Dorothy Parker, poetessa a me ignota. Tradotta: “Odio scrivere, amo aver scritto”. Mi ci ritrovo. Scrivere mi annoia, preferisco di gran lunga leggere, o guardare film. Al massimo mi piace scrivere liste, compilare l’agenda, pensare a cose da fare. Eppure, ero bravino a scrivere, mi dicevano, e ancora oggi, quando ho scritto qualcosa, anche solo per me stesso, ne sono felice.
Devo calibrarmi meglio per questa rubrica che mi ha assegnato Cristian Giodice. Dovrebbe essere di circa duemila battute, confidando poco nella capacità di concentrazione della lettura online, eppure dopo circa duemila e trecento non sono ancora arrivato al cuore della faccenda, dato che qui si dovrebbe parlare di editoria. Ossia alle domande: il ruolo dell’editore ha una componente autoriale? Aver pressoché rinunciato alla scrittura è compensato dal mettersi al servizio della scrittura altrui? Il catalogo di un editore si può considerare una sua opera, collocata da qualche parte tra l’artigianato, l’industria e la letteratura?
Ce lo siamo chiesti anche, seppur in termini diversi, con alcuni amici/colleghi editori, mentre partecipavamo a un mercatino natalizio composto in prevalenza di artigiani, e ognuno di noi doveva avere con sé un foglio in cui dichiarava che tutto ciò che esponeva sul banchetto erano opere della propria creatività e ingegno. Lo erano? In una maniera piuttosto larga io risponderei di sì. Sappiamo bene quanta creatività e ingegno abbiamo messo per portare testi con una forma appena abbozzata, una struttura da definire, conclusioni che non arrivavano e copertine che non si quagliavano, ad avere quella forma lì, parallelepipedi di fogli stampati con un titolo, un ordine e un codice a barre dietro, pronti ad andare in giro per il mondo: libri.
Ma da un punto di vista più ristretto, no: l’editore non è coautore di un libro. È il suo produttore, per usare un termine cinematografico. Ma quando guardo il mio catalogo, che occupa un po’ più dello spazio di un tavolo per sei persone, non posso non pensare che quella sia la mia opera. Il secondo pensiero è che per quello, ho messo da parte lo scrivere. Ma, 1. non si può avere tutto dalla vita, 2. non è ancora detto.
3. L’importante non è la caduta, ma l’atterraggio.
Questa non c’entra niente, ma come chiusura è una bomba. Specie per fine anno.


 

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