Pesano, i libri # 2 - la rubrica di Luigi Lorusso a.k.a. Lorusso Editore
Luigi Lorusso
Agitatore culturale camuffato da editore indipendente, già fondatore di Laspro Rivista di Letteratura Arti & Mestieri. Per pubblicare il tabloid, nel 2009, apre la Lorusso Editore. Da quel giorno la sua vita non è più stata la stessa (e neanche la nostra). Per tutti e tutte coloro che immaginano il mondo della piccola editoria indipendente, come un non luogo fatato, fatto di sapere, piacere e innumerevoli soddisfazioni, il nostro affezionatissimo ci racconta, per la prima volta, il dietro le quinte di quel suo eterno bisogno imprescindibile di fare libri. Da leggere preferibilmente seduti e con una buona manciata di disincanto in mano; nell’atra, è consigliabile una birra ghiacciata o un gin tonic tintinnante.
Una storia di soldi, fascisti e infamità
In questo articolo parlerò di Più Libri Più Liberi (PLPL).
Ora, la reazione a questo incipit può essere di vari tipi. Se seguite il
mondo dell’editoria, se ne fate parte, se vorreste farne parte ma non potete,
se potete ma non vorreste, la reazione più diffusa e anche sana sarebbe: “Oh
no, un altro articolo su PLPL!” e quindi smettereste immediatamente la lettura
(o, al contrario, non riuscireste a fare a meno di ascoltare il
centoquarantasettesimo parere sull’argomento).
Se invece vi piace leggere, sapete grosso modo che cos’è una casa editrice
e vi capita di sfogliare qualche giornale, avrete saputo che ci sono state
delle polemiche riguardanti la presenza di una casa editrice apertamente
fascista alla fiera.
Riepilogo degli anni precedenti: già l’anno scorso la direzione artistica
di Chiara Valerio fu contestata per la decisione di confermare un incontro con
un filosofo (fino a quel momento a me ignoto, come immagino alla stragrande
maggioranza delle persone che hanno seguito la vicenda), che era stato accusato
di violenze contro la sua ex compagna - violenze confermate da una sentenza. Il
caso ha aperto le porte a una messa in discussione generale della fiera, e
anche della sua gestione economica, ricordando che sarebbe la fiera della
piccola e media editoria. In particolare, i costi per la partecipazione a PLPL
la rendono insostenibile per molti di quei piccoli editori che vengono spesso
celebrati come portatori della cosiddetta ‘bibliodiversità’.
Le risposte degli organizzatori della fiera (Associazione Italiana
Editori), in alcuni incontri tenuti in seguito sono state, in sintesi: se non
potete permettervelo, non partecipate; se non partecipate, c’è la fila di altri
editori che vogliono partecipare; e se proprio non si riesce a fare la fiera,
vorrà dire che andremo a sciare.
Che sarebbe pure una posizione condivisibile se non si considerasse la
lettura un settore economico diverso da molti altri, che viene incontro a un
bisogno della società e che non può essere perciò lasciato soltanto alla mano
del mercato, da cui le campagne di promozione della lettura, il supporto
all’acquisto di libri e così via. Che poi i produttori di libri (ossia, gli
editori) non facciano solo cose buone e giuste – molti libri sono monnezza e
spreco di alberi, moltissimo del lavoro per le case editrici è sfruttato, non
pagato e non riconosciuto – è un discorso che c’entra, ma che non inficia il
fatto che la produzione di libri ha un valore e un senso differente dalla
produzione di altre merci.
Si arriva a dicembre comunque che non è cambiato nulla, gli stand costano
sempre un botto – io infatti non prendo mai seriamente in considerazione l’idea
di andarci, se non per qualche giorno verso luglio, alla chiusura della
prenotazione dei posti, poi in dieci minuti mi faccio i conti e capisco che non
si può fare – e si scopre che in più ci stanno pure i fascisti. Non una casa
editrice di destra o nostalgica come ce ne sono sempre stati, ma diretta
espressione di militanti di gruppi fascisti.
Nell’adesione a PLPL, tra l’altro, l’editore dichiara di aderire ai valori
della Costituzione Italiana e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
e di rifiutare ogni forma di discriminazione.
Per farla breve, alcuni editori presenti in fiera decidono di protestare,
perché non si può sempre accettare tutto (ovvero, fare pippa). Si fa mezz’ora
di ‘sciopero’, ossia di chiusura del proprio stand, e si va in corteo verso lo
stand dei fascisti, cantando Bella Ciao e improvvisando un’assemblea.
Ovviamente, a chiunque fa qualcosa ci sono sempre migliaia di obiezioni: hai
fatto questo, potevi fare quest’altro. Se invece non fai nulla, nessuno ti dice
niente.
Tutto questo riassuntone serviva solo per arrivare a quest’ultima cosa. Tra
le molte case editrici che hanno partecipato alle varie forme di protesta, due
sono state particolarmente prese di mira, con articoli di giornale e insulti
sui social convergenti nella forma più o meno organizzata dello shit-storming.
Si tratta di Red Star Press e Momo Edizioni. Case editrici, ma anche amici,
compagni. Che potrebbero decidere di farsi scivolare addosso la cosa, o pensare
‘è tutta pubblicità’. Ma anche no. Potrebbero anche pensare che sono lavoratori
e lavoratrici, persone che non si arricchiscono di certo con la produzione,
vendita e diffusione di libri, che portano avanti un’editoria di qualità,
etica, politica, di progetto, presente nei luoghi della cultura come in quelli
della società, per strada, si direbbe, e non è un modo di dire ma ciò che Red
Star e Momo fanno concretamente, come altre realtà.
Non si aspettano, non ci aspettiamo ringraziamenti ed elogi. Sanno, sappiamo
che questo modo di fare cultura ti fa stare nel conflitto. Ma l’attacco
concentrato solo su uno o due, è da respingere, insieme.
Come? Continuando a fare editoria nella maniera che sappiamo fare.
Faticosamente, dal basso, per strada come nei palazzi, mettendo insieme parole
e azioni. Come fanno Red Star e Momo.
È un buon augurio per il 2026.
