Ossessioni quotidiane #4
Se esiste il paradiso, io non ci andrò; ma nemmeno ci tengo. Se ne esiste uno per gli esseri umani, perché non dovrebbe esistere un paradiso anche per gli animali, le piante e gli oggetti? Quando mi posi questa domanda per la prima volta, che negli anni a seguire si sarebbe ripresentata con puntualità cadenzata e ricevendo ogni volta una risposta diversa, ero poco più che un bambino. A quei tempi, però, l’indottrinamento religioso m’indusse a dare per certa anche l’esistenza di un paradiso delle saponette finite, o volgenti al termine. Cosicché, ogni qual volta mi si presentasse l’occasione, concedevo all’oggetto in agonia, una breve onoranza funebre e ne sacrificavo i resti al gorgogliare eterno del water. Ora. Succede che, circa un mese fa, appoggiato in un angolo del porta sapone, un mozzicone rosato di saponetta tirava i suoi ultimi sospiri. In automatico, il rito funebre, ha fatto capolino nella mia memoria, riemerso dal dimenticatoio più antico e togliendomi ogni possibilità di dispensarmi dal compierlo, le mani si porgevano nel raccoglierne i resti. Quindi, mi arrovellavo il cervello per ricordarne la litania che accompagnava il compiersi della cerimonia, ma una memoria labile, scalfita da anni di vizi, non è certo raccomandabile per simili pratiche. E che l’ira mi avesse colmato la frustrazione di un ricordo imperfetto, è un particolare che non va dato per scontato. Ma che, per espiare la memoria menomata, il mio fare ossessivo ha partorito una trovata a dir poco geniale, questa sì che è una reazione scontata. Che il mio corpo non tocchi più sapone, finché il cervello non ritrovi quel sermone! La memoria, si sa, non è fidata, soprattutto se piuttosto squilibrata. Tuttavia è l’ossessione che mi ha fregato: da quel giorno non mi sono più lavato.