Ossessioni quotidiane #1
#1
Ho un problema,
un solo problema, tutti gli altri sono conseguenze di questo. È un problema che
mi compromette le giornate dal primo mattino fino a sera, quando esausto mi
abbandono sul letto pensando che domani andrà meglio. Se è una questione di
acqua o un’insufficienza della guarnizione, non mi è dato saperlo. L’unica cosa
certa è che accade tutti i giorni. Per abitudine, la sera preparo la moka per
la colazione del giorno appresso, cercando di usare la massima attenzione per
rispettare gli equilibri tra gli elementi. Durante le operazioni ne immagino il
sapore, l’aroma che avvolgerà la stanza e la conseguente sigaretta. Tutto
sembra lineare senza margini d’errore riconoscibili, mi corico fiducioso e
carico di buoni propositi. Il suono stonato della sveglia, è un precipitare
violento dal volo onirico. Un ripiombare traumatico nella realtà, che è fatta
di un cielo nuvoloso - troppo giovane per dirsi giorno - e ronzio nelle
orecchie. Dopo essere sceso con fatica dal letto, il primo gesto che faccio è
accendere il fornello piccolo e metterlo al minimo. Nel frattempo toilette,
deodorante e vestiti. Nel momento di allacciare le stringhe delle scarpe, già
l’ansia da risultato s’impadronisce della mia mente ancora ovattata. Quando mi
avvicino sono teso, visibilmente contratto, rigido. Alzo il coperchio
borbottante con fare incerto, socchiudendo gli occhi nell’evocare il successo.
Riabbasso il capo e guardo dentro, le ginocchia mi cedono impercettibilmente e
un sospiro profondo rimbalza sulle pareti. Ci risiamo. Non esce. E quel poco
caffè che ne è venuto, bolle impaziente. Scatta il piano B. Come la tradizione
popolare vuole, per ovviare a tale incomodo, passo la base della caffettiera sotto
l’acqua fredda. Poi di nuovo sul fuoco, sempre basso, per un altro paio di
minuti. Cerco di distrarmi ed eludere il nervosismo che sento salirmi in petto,
controllando la posta elettronica. Nessun nuovo messaggio e torno ai fornelli. Inevitabilmente,
l’insuccesso perpetuo mi si palesa agli occhi per l’ennesima volta: un dito di
caffè, non di più. Prendo la tazzina, lo verso che non la riempie nemmeno per
metà. Furibondo aggiungo lo zucchero a quell’intruglio opaco e giro, movendo il
cucchiaino con fatica; sono già stanco. Porto la tazzina alle labbra e un
sapore forte che sa di bruciato mi inibisce le papille gustative, la bocca mi
si contrae in una smorfia di schifo. Da un vaso poggiato sul davanzale della
cucina, un cactus, sadicamente irto e acuminato, mi rammenta che oggi è lunedì
e che la settimana è appena iniziata.
