Ossessioni quotidiane #2

 

#2

Quando arrivo a scuola, anche se è lo scoccare dell’ora, passo dal bar. Ordino un cappuccino per ovviare al ribrezzo che quello sputo di caffè, fatto a casa, mi ha lasciato in bocca. Lo chiedo tiepido, rigorosamente tiepido. È un’abitudine che ho dall’adolescenza, quando una minuta creatura, che a quel tempo mi governava il cuore, mi disse che troppo caldo il cappuccino rovina lo smalto dei denti. Sia mai! Esclamai e da quel giorno non andai mai più oltre il tiepido. La signora al banco mi guarda con preoccupazione, riesce a soddisfare la mia richiesta una o due volte su dieci. Lei scompare per qualche istante dietro la macchina del caffè; poi riapparendo, cerca di distrarmi chiedendomi degli alunni o facendo considerazioni calcistiche. Io rispondo monosillabicamente, scrutando con sguardo austero le operazioni di dosaggio. Quando poggia la tazza sul piattino, preparato precedentemente sul bancone, ho già la bustina dello zucchero tra le dita, aperta. Verso lentamente il granulato, mentre la signora del bar si defila con discrezione e mescolo il composto in senso antiorario, come vuole l’uso mancino. Le mie labbra toccano lo schiumoso liquido e un filmine va a incenerire la donna che, intimidita, sta sistemando i cornetti nella vetrinetta del bancone. È troppo caldo! Pago ed esco, senza nemmeno salutare, mentre da dietro il bancone due occhi perniciosi mi maledicono. Percorrendo il corridoio bramo una vendetta spietata, violenta. Tuttavia, l’unica cosa che so fare - entrando in aula - è promettere la bocciatura a qualcuno.